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Nei primi due articoli di questa rubrica, pubblicati a gennaio e marzo, abbiamo visto come oggi sia particolarmente urgente, nel lavoro educativo, dedicare le giuste attenzioni alla formazione dell’affettività. Ci siamo soffermati sulla crescente precocizzazione della sessualità, che conduce spesso i ragazzi a viverla esclusivamente nella sua dimensione ludica, in un contesto sempre più sganciato dalla sua naturale cornice affettiva e relazionale che dovrebbe conferirle pieno significato.
A questo si aggiunge la difficoltà di comunicazione tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti, accusati non solo di essere incapaci di comprendere i ragazzi ma anche di non saper offrire loro modelli credibili e autorevoli, che sappiano alimentare la speranza nei confronti del futuro. I risultati dell’ultima ricerca condotta dalla Società Italiana di Pediatria parlano di una percentuale sempre crescente di ragazzi che vorrebbero avere genitori più presenti e attivi nella loro educazione. Un dato che dovrebbe far riflettere tante mamme e tanti papà timorosi di dire qualche «no» in più ai loro figli. Un dato, inoltre, che contribuisce a rimettere al centro delle nostre attenzioni le risposte da dare alla sfida educativa che il mondo contemporaneo ci ha lanciato.
Per poter rispondere al meglio, credo che sia importante cercare di comprendere quello che succede ai ragazzi mentre percorrono quel cammino che li porterà a diventare adulti: sto parlando dell’adolescenza, definita da uno di loro, in un libro che ho letto qualche tempo fa, «quel periodo della vita in cui i genitori diventano insopportabili». Una definizione poco scientifica, se vogliamo, ma che dà una chiara indicazione di come a questa età un adolescente si pone nei confronti degli adulti, i genitori in particolare.
Sono convinto che una buona parte delle difficoltà comunicative tra adulti e adolescenti derivi proprio dallo sconvolgimento interiore che travolge in maniera improvvisa e spesso ingestibile i ragazzi a questa età, e che li porta a una inevitabile chiusura in sé stessi, alla ricerca di una soluzione tanto difficile quanto lontana della loro crisi.
«Avete presente quelle sere in cui dentro di voi c’è uno stato di confusione totale? Un miscuglio tra tristezza per te, tristezza per gli altri, gioia, antipatia, amore, simpatia…? Ecco, in questo momento questo è il mio stato... quando non si riesce nemmeno a scrivere velocemente e si ha bisogno di uno sfogo... puoi parlare solo ai tuoi amici… e non ce la fai!!!!... Non saprei meglio definirlo che stato confusionale... non ti va nemmeno di ascoltare la tua canzone preferita, quella che ti fa riflettere, sognare... e nemmeno quella che ti fa scordare un po’ tutto con un ritmo molto veloce e spensierato... STATO CONFUSIONALE... E pensare che fino a poco fa parlavo tranquillamente al telefono... boh, non so...».
Queste parole, che un quattordicenne scrisse qualche anno fa sul suo blog, descrivono un mondo interiore in subbuglio, uno stato emotivo difficile da gestire, un’incertezza e un’insicurezza che si riscontrano frequentemente in ragazzi di questa età. L’inizio dell’adolescenza è sempre un momento critico, sia per i ragazzi, che si vedono catapultati nel pieno di un cambiamento rapido, nuovo e ingestibile, sia per i loro genitori, che non sempre sono pronti a fronteggiare nel migliore dei modi gli effetti di questo cambiamento.
In questo turbinio che gli adolescenti si portano dentro e che li fa continuamente oscillare tra momenti di vero e proprio entusiasmo e altri in cui rasentano quasi la depressione, un posto particolare ha lo sviluppo della sessualità, che non riguarda solo la trasformazione degli organi genitali, ma tutta la persona nelle sue dimensioni: fisica, psicologica, affettiva. È il periodo delle prime cotte e dei primi innamoramenti fugaci: «Mi sono innamorato di Annamaria! Ha due occhi stupendi e due gambe… Quando penso a lei mi sento sottosopra, mi sento più leggero, mi viene voglia di scherzare», leggevo qualche tempo fa.
«Quando penso a lei mi sento sottosopra»: da queste parole dovremmo partire per ricordarci quello che succede nella testa e nel cuore di un adolescente che comincia a sentire un’attrazione irresistibile per una persona dell’altro sesso.
La sessualità coinvolge tutta la persona, non solo la sua dimensione fisica. Eppure, come abbiamo visto, la pervasiva erotizzazione della società in cui viviamo non aiuta i nostri ragazzi a sviluppare in maniera armonica tutti gli aspetti della sessualità. I ragazzi hanno sì bisogno di conoscere che cosa succede in loro dal punto di vista fisico e biologico, come funzionano i loro organi genitali, come nasce la vita; ma forse è ancora più importante che essi vengano aiutati a scoprire il senso dell’attrazione sessuale, il significato profondo del loro essere maschio o femmina, della loro identità sessuale che è per la relazione, per l’arricchimento di sé stessi e degli altri.
I ragazzi hanno il diritto che qualcuno spieghi loro come evitare di incorrere in una malattia sessuale e ancora di più come evitare una gravidanza che probabilmente non sarebbero in grado di portare avanti. Ma è ancora più necessario che si spieghi loro – che i genitori spieghino loro – qual è il senso di una gravidanza, di una relazione affettiva, di un rapporto sessuale tra persone capaci di donarsi reciprocamente e irrevocabilmente.
Tutto ciò non è facile, perché i messaggi che arrivano soprattutto dai media e dalla cultura contemporanea spesso vanno da tutt’altra parte. La pressione subìta dagli adolescenti, da questo punto di vista, è impressionante. Ai ragazzi viene chiesto di mostrare presto al mondo – spesso identificato con il gruppo dei coetanei – di essere diventati adulti attraverso l’esercizio della sessualità, anticipando l’età del primo rapporto sessuale: un adolescente si sente quasi costretto a comportarsi in un certo modo per non rimanere fuori dal mondo, escluso dal gruppo, sfigato, per utilizzare un termine molto usato dai ragazzi.
Tutto ciò contribuisce a renderli molto fragili dal punto di vista affettivo: viene chiesto loro di anticipare comportamenti che non sono ancora in grado di interpretare e gestire perché non hanno la sufficiente maturità psicologica e cognitiva. Il loro corpo è già in grado di fare quello che la loro mente e soprattutto il loro cuore non sono ancora in grado di comprendere pienamente.
Si tratta di una pressione che a volte è trasmessa loro anche dai genitori, dalla fretta di vederli crescere e soprattutto di volerli sempre all’altezza delle richieste che la società rivolge loro. È paradossale, ma a volte si assiste a un comportamento contraddittorio da parte di molti genitori: da un lato fanno fatica a tagliare il cordone ombelicale che li lega ai figli, dall’altro hanno una certa tendenza a pretendere da essi che si mostrino più grandi e maturi di quanto realmente sono.
Qualche giorno fa una maestra di scuola elementare mi raccontava le battaglie che conduce per convincere i genitori di una sua alunna a vestirla da bambina di otto anni e non da diciottenne che deve far colpo col primo ragazzo che le capita a tiro.
Come intervenire, allora? Come già scritto, innanzitutto serve l’esempio personale: vale più di qualsiasi discorso si possa fare ai propri figli. Poi è bene ricordarci che un educatore ha sempre a che fare con persone libere. Dev’essere consapevole che l’opera d’arte che egli, immeritatamente, è chiamato a realizzare, dipende solo in parte dal suo operato. Perché se è vero che ogni bambino che diventa adulto è un’opera d’arte, è anche vero che, a differenza di un quadro o di una statua, in ciascun intervento educativo bisogna fare i conti con la libertà che condiziona inevitabilmente i risultati dello stesso. Una libertà che, ricordiamolo, gli adolescenti fanno fatica a padroneggiare e a usare nel modo migliore per il loro bene e per quello degli altri. Anche per questo li vediamo spesso fragili e insicuri. E vorremmo intervenire, sostituirci a loro, evitare che commettano errori. Ma siamo sicuri che li aiuteremmo a diventare liberi e responsabili, così facendo?
Sappiamo che non è per niente facile mantenere questo «distacco» emotivo quando vediamo che i nostri figli stanno usando la loro libertà in maniera contraria a come noi desidereremmo. Non è un compito facile, perché la tentazione di intervenire, di risolvere noi i loro problemi, è costantemente dietro l’angolo. Ma dobbiamo convincerci che la strada migliore è quella di limitarci a dare loro spunti e indicazioni che li aiutino a sapersi orientare e decidere. E soprattutto abbiamo il dovere di presentare ai ragazzi modelli belli e autentici da imitare, a cominciare da noi stessi.
Un educatore deve sapere intervenire nei modi e nei tempi più opportuni, ma soprattutto deve sapere attendere che il tempo faccia la sua parte; deve sapere accettare che i ragazzi commettano errori da cui imparare, perché se così non fosse non crescerebbero mai. Fa parte del gioco della vita, non ci sono altre strade se vogliamo fare dei nostri figli persone libere e responsabili, che sappiano agire con maturità. Una maturità che otterranno col tempo, nel corso dell’adolescenza, che è inevitabilmente un percorso lungo e faticoso fatto di salite e discese, sconfitte e successi, errori e conquiste.
S.S.
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