
Capitan Sparrow: una sorta di Misson post litteram |
Quella che sto per raccontarvi è la singolare storia di un capitano di mare francese, Batholomé Misson, antenato dello stilista Missoni, che fu scritta da un misterioso inglese, Charles Johnson. Costui non si sa chi fosse e molti sospettarono che dietro al suo nome si celasse in realtà Daniel Defoe, l’autore del celebre Robinson Crusoe. Ma i due volumi che pubblicò sulla storia dei pirati erano così dettagliati da far pensare a un vero e proprio addetto ai lavori. Il primo di essi comparve nel 1724 col titolo Storia generale dei saccheggi e degli omicidi dei pirati più famosi (titolo abbreviato, perché, secondo la moda del tempo, era molto più lungo). Due anni dopo uscì il secondo volume, nel quale viene riportata la storia di Misson. Questi era il rampollo di un’antica famiglia provenzale e suo padre avrebbe voluto farne un ufficiale dei moschettieri iscrivendolo, a quindici anni, all’Accademia militare di Angers. Ma il ragazzo, pur versatissimo in tutte le materie, amava il mare e, dopo gli studi, si imbarcò volontario sulla nave da guerra La Victorie agli ordini del capitano Fourbin, in crociera nel Mediterraneo. Il giovane era così avido di conoscere che pagava di tasca sua persino i carpentieri di bordo per farsi istruire sull’arte della navigazione e sui segreti di costruzione. Nel 1695 il veliero sbarcò a Napoli e il Misson, buon cristiano, chiese il permesso di andare a Roma a vedere il Papa. Ma a Roma fece l’incontro capitale della sua vita, quello con un prete domenicano, tal Caraccioli. Non sappiamo nulla di quest’ultimo, tranne le sue idee utopistiche, forse mutuate dalla Città del Sole di Tommaso Campanella, che infatti apparteneva al suo ordine. Vagheggiava di «vero cristianesimo», di libertà ed eguaglianza, di comunità dei beni a somiglianza di quella vigente tra i primi cristiani. Sono idee che, in meno di un secolo, faranno esplodere la Francia, ma la prima Utopia – è bene ricordarlo – la si doveva a un santo cattolico e martire, Thomas More. In fondo, come diceva Chesterton, le utopie ideologiche sono «idee cristiane impazzite».
Uccideva solamente lo stretto necessario
Solo che nel 1695 nemmeno Rousseau aveva ancora fatto la sua comparsa e un’idea comunistico-libertaria come quella di padre Caraccioli poteva ben entusiasmare un sincero credente. L’entusiasmo, nel caso che ci interessa, fu biunivoco, perché il domenicano, dopo aver infiammato Misson, gettò la veste alle ortiche e seguì il nuovo amico sulla Victoire. Appena in mare, i due ebbero quasi subito il loro battesimo del fuoco: la nave incrociò un battello pirata e ne seguì un arrembaggio con tanto di furioso corpo a corpo. Ci presero gusto e il viaggio successivo lo fecero su una nave corsara francese, Le Triomphe, che catturò un mercantile inglese nella Manica. Di nuovo sulla Victoire, i due sodali partirono dal porto di La Rochelle diretti alle Antille. Durante la navigazione lo spretato italiano e l’allievo ufficiale francese ebbero agio di catechizzare l’intero equipaggio, che si convertì di cuore al nuovo verbo utopistico. Giunti al largo della Martinica, ingaggiarono battaglia con la nave da guerra inglese Winchester e riuscirono ad affondarla. Ma nel combattimento perì il capitano Fourbin. L’equipaggio non ci pensò due volte a eleggere al suo posto Misson. Caraccioli ritenne giunta l’occasione per mettere in atto le sue idee e tenne una lunga predica ai marinai. Seguì un infervorato discorso del neocapitano e alla fine tutta la nave si ritrovò d’accordo: La Victoire sarebbe stata una repubblica utopistica flottante, egualitaria e obbediente solo a sé stessa e a Dio. Purtroppo, per mantenersi, la repubblica avrebbe dovuto farlo a spese altrui; come i pirati, in pratica. Ma doveva essere ben chiaro che, loro, pirati non erano. Così, ammainato il vessillo reale francese, venne inalberata una bandiera bianca al cui centro erano ricamate le parole «Pour Dieu et pour la Liberté». La prima vittima fu una nave inglese, che fu abbordata e depredata di quanto bastava per mangiare e bere, senza torcere un capello a nessuno. Il capitano vittima, Thomas Butler, era così stupito che, quando i pirati gentiluomini tornarono sulla loro nave, li fece salutare con tre salve di hurrà. Misson e Caraccioli fecero allora vela verso le coste africane e qui catturarono una nave negriera olandese, la Nieuwstaat, nella quale trovarono un carico di polvere d’oro e diciassette schiavi negri. Questi furono liberati dalle catene, rivestiti con gli abiti degli olandesi e trasferiti sulla Victoire. Qui, debitamente catechizzati, si unirono alla repubblica. Ma anche alcuni marinai olandesi erano stati vinti dal nuovo verbo e la repubblica accolse anche loro a bordo. Solo che questi non erano papisti come i francesi e non tardarono a riprendere le vecchie abitudine marinare del rhum e della bestemmia. Quando lo seppe, Misson minacciò di farli frustare a sangue e i reprobi rientrarono nei ranghi. La navigazione proseguì, a danno di tutte le navi mercantili in cui La Victoire si imbatteva. Ma gli abbordaggi e i combattimenti erano condotti sempre con la massima carità, limitandosi al furto e, possibilmente, senza far male a nessuno. Ma, naturalmente, ciò non era possibile. In uno degli scontri morì un capitano britannico e Misson, addolorato, gli fece costruire un monumento funebre sulla prima spiaggia a tiro. Le vittime di questi strani pirati c’erano, certo, e non poche, ma sempre contro la volontà degli aggressori. Nell’Oceano Indiano la repubblica di Misson trovò finalmente il luogo ideale, l’isola di Johanna nell’arcipelago delle Comore, dove i pirati libertari si stabilirono per qualche tempo. Misson sposò la sorella della regina dell’isola, Caraccioli impalmò la nipote della stessa e non pochi membri dell’equipaggio li imitarono convolando a giuste nozze con donne locali. L’isola era un’ottima base da cui partire per scorrerie ma aveva il difetto di essere poco riparata dalle rappresaglie (in uno scontro in mare con una nave portoghese Caraccioli perse una gamba). Così, dopo qualche tempo, Misson e la sua gente andarono a cercare un posto più adatto in cui vivere. Lo trovarono nella grande isola di Madagascar, ricca di anfratti e semidisabitata, da tempo il covo più sicuro dei pirati di ogni latitudine. In una baia ben riparata, nella parte più settentrionale dell’isola, venne dunque fondata ufficialmente la Repubblica di Libertalia o Libertatia, di cui Misson divenne, dopo regolare elezione, il Conservatore. La nuova nazione si manteneva, ovviamente, con la pirateria, ma tutto il bottino finiva in un fondo comune, perché la proprietà privata non era ammessa. Per sicurezza, furono edificate delle fortificazioni e pure un arsenale.
Un sogno infranto dai selvaggi animisti
Misson utilizzò le sue nozioni di ingegneria marina facendo costruire altre due navi da affiancare alla Victoire, l’Enfance e la Liberté. Adesso la Repubblica aveva una flotta, i cui equipaggi erano continuamente rimpinguati dagli schiavi che si riusciva a liberare sulle navi catturate. Ammiraglio della flotta di Libertalia fu eletto l’inglese Thomas Tew, un pirata vero e proprio che aveva raggiunto la Repubblica mentre cercava di sfuggire al famoso William Kidd, più pirata di lui, ma ingaggiato dagli americani della Nuova Inghilterra per dare la caccia agli altri predoni del mare (a un ladro, un ladro e mezzo). Caraccioli divenne Segretario di Stato. Tutte le cariche, compresa quella del Conservatore, dovevano avere una durata triennale. La Repubblica, però, aveva il problema della lingua. Infatti, se ne parlavano ben quattro: l’inglese, il francese, l’olandese e il portoghese. Ma non c’è utopia senza neolingua. Così, ne fu inventata a tavolino una nuova, «una specie di esperanto, costruita con le parole delle quattro lingue» (Philip Gosse, Storia della pirateria, Gruner+Jahr/Mondadori, 2011, p. 214). Le cose andarono avanti bene per anni, ma finirono in un modo inaspettato. Dopo tanti combattimenti per mare fu paradossale che l’esperimento di Libertalia dovesse soccombere a un attacco da terra. Ma avvenne proprio così. Gli indigeni, selvaggi animisti, che assaltarono i pirati gentiluomini all’improvviso. Distrussero tutto e massacrarono i più, tra i quali Caraccioli. I superstiti, guidati da Misson, cercarono scampo in mare su una delle navi. Purtroppo incapparono in un uragano tropicale che non lasciò loro scampo. La nave affondò, portando negli abissi quel che rimaneva di Libertalia col suo fondatore. Il grande poeta Byron scrisse di Misson che «era l’uomo più mite che abbia mai affondato una nave o tagliato una testa». Pare che l’intera avventura del capitano Misson sia durata venticinque anni.
Rino Cammilleri
|