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18/06/2012
«Il miracolo di Zaccuri», dalle «Letture» di Cesare Cavalleri


Letture
«Il miracolo di Zaccuri»

di Cesare Cavalleri, Studi cattolici n. 515, maggio 2012
 

 

Coraggiosamente Alessandro Zaccuri ha costruito il suo terzo romanzo, Dopo il miracolo (Mondadori, Milano 2012, pp. 264, euro 19, con uno splendido Hopper in copertina) intorno al nocciolo di un problema teologico. C’è anche dell’altro, naturalmente, molto altro in questa storia ambientata in un paesino dell’Appennino, tra gli anni Sessanta e Ottanta. C’è il suicidio di un ragazzo, Beniamino, sul quale indaga l’ispettore Canova; ci sono gli inconfessati segreti della devotissima famiglia Defanti; c’è un pittoresco seminario i cui maleassortiti alunni sono accuditi da don Vincenzo, bonario rettore con tendenze burocratiche, dal vecchio don Guglielmo, tradizionalista di lungo corso, e da don Alberto, teologo in sospetto di eresia che sta scrivendo un misterioso trattato, nel quale sembra si mescolino un po’ di Lutero, di Bonhoeffer e di Teilhard de Chardin; c’è il marchesino Acciardi che inizialmente pareva un comprimario ma quasi subito si stempera in macchietta; e c’è Maria Sole, l’ex sessantottarda che ha partecipato a tutte le rivoluzioni del suo tempo, politiche, sessuali e psichedeliche, con la figlia Miriam, di cui non ricorda chi fosse il padre e che è la destinataria del miracolo. Già, perché Maria Sole, dopo decenni di debosce, è diventata religiosissima, e un giorno di quand’era ancora a Roma la piccola Miriam, sull’ambulanza in cui si trovava con la madre e con don Alberto, è «rinata» dal coma dopo un trauma cranico a seguito della benedizione che il sacerdote le aveva impartito per l’insistenza della madre. Maria Sole è convinta che il miracolo sia stato compiuto da don Alberto, il quale si schermisce risolutamente, tanto più che ai miracoli lui non crede. Ma Maria Sole non si dà per vinta e organizza una specie di confraternita di preghiera, in cui la piccola miracolata ha una parte significativa, e stringe d’assedio il presunto prete dei miracoli, il quale si è rifugiato in quel piccolo seminario sia per indicazione dei superiori, sia per sfuggire a quella congrega di bigotti. Ma Maria Sole riesce a scovarlo fin lì, e organizza un imponente pellegrinaggio di rosarianti per implorare altri miracoli al prete renitente.
Ma perché Beniamino si era impiccato proprio sul cancello del seminario in cui studiava il fratello Guido, al quale si confidava? Bisogna sapere che i genitori Defanti, maggiorenti del paese, all’inizio del matrimonio sembrava non potessero avere figli, per cui fecero voto alla Madonna che se ne fosse nato uno, ne avrebbero messi al mondo altri undici per fare dodici come le stelle della corona mariana. E così avvenne: dopo Fausto, nacquero figli e figlie fino a Beniamino. In paese, però, c’è anche il ragazzo Massimo, figlio della nubile Susanna, discolo milanista sfegatato, e circolano voci che sia figlio naturale del vecchio Defanti. La diceria giunge agli orecchi di Beniamino che scopre così di non essere il dodicesimo figlio, bensì il tredicesimo, quindi estraneo dalla promessa della Madonna. Quasi un bastardo, e per questo si impicca. In realtà, Massimo è invece figlio di Fausto, il figlio maggiore, che quasi senza rendersi conto aveva messo incinta Susanna, quand’erano adolescenti entrambi. Sul punto c’è un po’ di incongruenza, perché pare strano che in un paese così piccolo non si sapesse la verità, tanto più che i genitori Defanti erano al corrente dell’accaduto, continuavano ad aiutare Susanna, e Fausto, almeno nei primi tempi, si recava a trovare lei e il bambino.
Glissons, e andiamo al nocciolo. In quella stravagante adunata di rosarianti avviene qualcosa di inatteso. A un certo punto il vecchio don Guglielmo si mette a disposizione per le confessioni, quasi subito raggiunto da don Vincenzo e, con l’ingrossare della fila di penitenti, perfino da don Alberto. La gente, tutti noi, ha bisogno del perdono e nel sacramento del perdono rifulge il mistero del sacerdozio, come nell’Eucaristia. Anche il seminarista Guido si confessa, anche Miriam, riscoprendosi ragazzina normale che fugge in motorino con Massimo, tutti perdonati. Nella Chiesa c’è posto per tutti: per i tradizionali come don Guglielmo, per i «burocrati» come don Vincenzo, per i borderline come don Alberto, per i bigotti come Maria Sole con il suo seguito di ingenui invasati. Tutti abbiamo bisogno di perdono, e nel perdono incontriamo l’amore di Dio nella sua più alta espressione, la misericordia. Miracolo, non miracolo? C’è posto anche per quello, perché la Chiesa è intatto mistero.
Non sveliamo il finale, comunque pacificatore. Romanzo davvero coraggioso, con una scrittura esperta e talora ammiccante, come il manzonismo con cui Zaccuri descrive Susanna: «Sui trentacinque anni, bruna, lineamenti più regolari che sottili, era una di quelle bellezze padane che con il tempo tendono a rivestirsi di un’abbondanza morbida, rassicurante».

Cesare Cavalleri

 




 
 
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