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28/07/2010
Dal nuovo numero di «Studi cattolici»: «In Armenia, il paradiso abolito». Itinerari di Aldo Ferrari


IN ARMENIA IL PARADISO ABOLITO


di Aldo Ferrari, in Studi cattolici n.593/594

 

Il mio contatto iniziale con l’Armenia è avvenuto in maniera del tutto casuale, leggendo I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel1. Cominciai allora, ancora studente universitario, a occuparmi della storia e della cultura del popolo armeno, divenute progressivamente una parte importante del mio lavoro e della mia vita. A partire dal 1996 sono stato tante volte nella piccola Repubblica armena – non più di un decimo dell’Armenia storica – ma per molto tempo non ho voluto visitare i territori dell’odierna Turchia che hanno subito il genocidio del 1915. La conoscenza approfondita di questa tragedia e degli odiosi meccanismi di negazione messi in atto dai successivi governi turchi mi ha reso a lungo difficile affrontare tale viaggio, sebbene io non abbia una sola goccia di sangue armeno. Superato finalmente questo sentimento complesso, impastato di angoscia e indignazione, da circa un anno ho iniziato a percorrere in lungo e in largo le regioni dell’Anatolia orientale, che sono del resto molto belle: altopiani sconfinati, massicci montuosi dai colori inusuali, gole scoscese solcate da torrenti impetuosi, imponenti vulcani (l’Ararat in primo luogo), grandi laghi. Nonostante la presenza di alcuni interessanti monumenti selgiuchidi e ottomani, dal punto di vista artistico questi luoghi appaiono invece meno ricchi di altre parti della Turchia. Un dato strettamente collegato all’annientamento del popolo che per millenni ha costituito la popolazione principale di questi territori, sui quali aveva costruito città, chiese, monasteri, fortezze e villaggi di cui oggi rimane ben poco.
In effetti, una delle specificità più dolorose del genocidio degli armeni consiste nel fatto che oltre all’annientamento fisico essi hanno subito anche un completo sradicamento dalla loro terra ancestrale.

La memoria abrasa
Oltre a rifiutare ai sopravvissuti e ai loro discendenti il diritto di ritornare in patria e di reclamare i beni confiscati2, la Turchia ha infatti operato consapevolmente con tutti i mezzi a disposizione di uno Stato moderno per ridurre, deformare, mistificare o persino cancellare la stessa memoria armena nei territori anatolici. Testimonianze archeologiche, architettoniche e artistiche di una presenza quasi trimillenaria sono state impietosamente distrutte, destinate ad altri usi (moschee, musei, prigioni e così via) oppure – in pochi casi – salvaguardate, ma tacendone l’origine armena. Secondo i dati Unesco del 1974, dei 913 monumenti storici armeni sopravvissuti al genocidio, 464 sono stati completamente distrutti, 253 sono in rovina e 197 richiedono urgenti opere di restauro. In questi ultimi decenni, nonostante alcune eccezioni recenti, la loro situazione non è certo migliorata, anzi il degrado continua incessante3. Si tratta da parte di Ankara di una politica coerente e sistematica, che ha provocato tra gli armeni uno stato d’animo di disperata frustrazione4. Il viaggio nei territori storici armeni della Turchia è quindi essenzialmente un percorso nel vuoto, nella memoria, nella consapevolezza della tragedia.

Il lago di Van, tra forti e monasteri
Il punto di partenza naturale di questo viaggio doloroso è il lago di Van, già centro dell’antica civiltà di Urartu e per millenni sede di un ininterrotto insediamento degli armeni, che costituivano ancora la maggioranza della popolazione alla vigilia del genocidio. Molti abitanti di Van, peraltro, riuscirono a sopravvivere grazie a una disperata resistenza e all’arrivo dell’esercito russo, seguendo il quale trovarono scampo in quella che è l’odierna, minuscola, Repubblica armena.
«Van in questo mondo, il paradiso nell’altro», dicevano gli armeni di questa regione dal clima relativamente mite, costellata di fortezze, grandi monasteri e piccoli eremi, spesso collocati sulle isolette del lago. I quartieri armeni della città di Van, i villaggi circostanti e la maggior parte dei monumenti della regione sono stati completamente abbandonati e distrutti. Certo, il gioiello più bello di questo patrimonio una volta imponente – la chiesa della Santa Croce sull’isola di Aghtamar, indimenticabile per la sua bellezza artistica e la posizione suggestiva – è stato restaurato di recente, sia pure tra mille polemiche. Ma, per chi conosce l’importanza millenaria di questa regione nella storia e nella cultura armena, le perdite sono tante, dolorosissime. È il caso del monastero di Narek, dove trascorse tutta la sua vita il grande poeta e santo della Chiesa armena – Gregorio di Narek, appunto, che visse a cavallo dell’anno Mille – autore di abissale profondità mistica, parzialmente tradotto in italiano5. Un altro esempio di questa devastazione è l’antico monastero di Varak, che soprattutto nel corso dell’Ottocento ebbe un’enorme importanza culturale; nulla resta della sua struttura imponente e delle sette chiese che esistevano al suo interno ne sopravvive una sola, parzialmente utilizzata come stalla in un villaggio curdo. Un triste elenco, che potrebbe continuare a lungo. Eppure, per quanto deserti e in rapido deterioramento, nella regione di Van ancora oggi resistono numerosi monasteri, spesso collocati in paesaggi di meravigliosa bellezza, sia sulla terraferma sia sulle isole, non segnalati, volutamente dimenticati. Ognuno di loro continua a raccontare frammenti di una storia antica, improvvisamente spezzata.

Dove sorgevano Mush e Bitlis
E lo stesso può dirsi delle altre regioni dell’antico territorio armeno. In alcune la memoria della presenza armena è stata cancellata quasi per intero. Nulla è rimasto nelle antiche città armene di Mush, Bitlis, Erzurum. Del grande monastero di San Karapet, cioè del Precursore, che ancora nell’Ottocento era meta di imponenti pellegrinaggi, rimangono oggi solo informi rovine. E sono pressoché scomparsi i khachkar, le stupende croci di pietra caratteristiche dell’arte sacra armena che segnavano innumerevoli il carattere cristiano del territorio. Tuttavia, nonostante l’incuria o la deliberata distruzione si possono ancora incontrare numerosi monumenti di questa cristianità distrutta, se si sa dove cercarli. A volte si tratta di grandi complessi monastici, che ancora sorprendono per l’imponenza e turbano per il completo abbandono, preludio a una rovina annunciata. A volte una chiesa armena sovrasta con la sua caratteristica cupola un misero villaggio, turco o curdo. Piange il cuore a vedere autentici gioielli di arte e fede ridotti a fienili o magazzini, ma questo ha spesso consentito la loro preservazione sino a oggi. E, del resto, si tratta di una sorte migliore non solo della distruzione, ma anche della trasformazione in moschea, riservata a tante chiese cristiane, non solo armene, vittime di una detestabile violenza spirituale che ha spesso seguito quella fisica.
Sono sopravvissute, ma di solito difficili da raggiungere, anche alcune delle tante fortezze costruite quando l’Armenia era un Paese dominato dalle numerose casate principesche, le cui rivalità contribuirono non poco all’indebolimento e alla caduta del Paese.

I resti della chiesa di San Gregorio ad Ani.

Ani, città delle mille chiese
L’antica Armenia era in effetti assai simile all’Europa dell’Alto Medioevo, una civiltà di castelli più che di città. Con una importante, suggestiva eccezione: Ani, la città delle mille e una chiese, che fu la capitale dell’ultimo regno armeno fiorito nella madrepatria. Occupata dai bizantini nel 1045, conquistata poi da turchi selgiuchidi e dai georgiani, Ani visse ancora alcuni secoli di splendore e ricchezza, per essere infine completamente abbandonata. Da qualche anno non occorrono più permessi speciali per visitarla, ma nessuna delle didascalie che descrivono i vari monumenti fa riferimento al popolo che la costruì. Si parla dei re Bagratidi, tacendo che si trattasse di una dinastia armena. Si eseguono restauri, a volte positivi, a volte ignobili: l’eliminazione della croce sulla porta principale della città non è stata certo casuale. Ma non è possibile cancellare l’impressione profonda che Ani suscita sempre sul visitatore. Situata a ridosso del confine con la Repubblica armena, su un altopiano silenzioso, battuto dal vento e dal sole, questa città in rovina – ma ancora ricca di suggestivi monumenti, che testimoniano del suo antico splendore – è una sorta di simbolo di ciò che l’Armenia avrebbe potuto divenire in circostanze storiche meno sfavorevoli: un Paese vasto, complesso, situato al centro di importanti vie culturali e commerciali. Le ripetute e devastanti invasioni di popoli nomadi – selgiuchidi, mongoli, turcomanni – schiantarono invece sin dall’XI secolo l’indipendenza dell’Armenia, che da allora è stata soggetta a lunghe dominazioni straniere, prevalentemente musulmane.
Una situazione che nel corso dei secoli ha determinato la progressiva diminuzione della presenza armena nei territori ancestrali, a causa tanto della continua emigrazione quanto delle discriminazioni e delle violenze subite, sino alla tragica conclusione del genocidio. Come ha scritto lo storico francese Paul Dumont «…alla vigilia della prima guerra mondiale, in Turchia c’erano probabilmente più di 1.500.000 armeni; qualche anno più tardi, in seguito ai massacri, alle deportazioni e agli esili, se ne censiranno solo 70.0006».
Certamente, peraltro, non tutti gli armeni di questi territori vennero uccisi. Un certo numero, soprattutto giovani donne, subì una sorta diversa, di islamizzazione forzata in famiglie turche e curde. Oggi alcuni loro discendenti cominciano con molte cautele a dichiarare la propria origine, come possiamo leggere nei recenti libri di autori turchi quali Kemal Yalçin Con te sorride il mio cuore. Viaggio tra gli armeni nascosti della Turchia (Edizioni Lavoro, Roma 2006) e Fetiye Cetin, Heranush, mia nonna. Il destino di una donna armena (Edizioni Alet, Padova 2007). Il fantasma di questo popolo continua peraltro ad aggirarsi soprattutto nei territori orientali della Turchia, come poté verificare il giovane Taner Akçam, nativo di queste regioni e divenuto il primo storico turco che ha scritto del genocidio armeno7. L’inquietante presenza/assenza degli armeni caratterizza anche il romanzo Neve di Orhan Pamuk (Einaudi, Torino 2004), ambientato nella città di Kars dove le chiese e i palazzi armeni (e russi) vengono continuamente ricordati come testimonianze di un’epoca perduta di ricchezza e vivacità culturale. In questa città, a lungo contesa tra turchi e russi, la splendida chiesa armena dei Dodici Apostoli è stata trasformata in moschea da pochi anni; eppure vi sono altre tre moschee a poche decine di metri di distanza. Non esiste invece più l’antico campanile, ben visibile nelle fotografie dei primi del Novecento; nelle vicinanze si trovano anche le rovine della chiesa cattolica armena, costruita nella seconda metà dell’Ottocento in uno stile neo-gotico decisamente inconsueto per l’Anatolia. Fantasmi di un passato tragico, ma non troppo remoto se ancora alla vigilia della prima guerra mondiale chi viaggiava nelle regioni orientali dell’Impero ottomano le chiamava sempre Armenia. Una consuetudine millenaria vanificata violentemente nel giro di pochi anni.

Il paese dell'Arca e dei fiumi
Oggi persino il principale simbolo della terra armena si trova interamente in territorio turco. L’Armenia, infatti, è anche il Paese dell’Ararat, il Monte di Noè, il Monte dell’Arca, dal quale la vita riprese dopo il Diluvio Universale: «Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’Arca si posò sui monti dell’Ararat» (Gn 8, 4). In effetti, più che a un singolo monte il testo biblico sembra far riferimento all’Ararat – che è una diversa vocalizzazione di Urartu – come a una regione montuosa, coincidente in sostanza con l’Armenia. Tale identificazione è assai antica in tutto il mondo cristiano, condivisa già da Efrem il Siro e san Girolamo. Non a caso, nella Vulgata l’espressione «sui monti dell’Ararat» è tradotta con super montes Armeniae8. Non solo per l’Arca, del resto, l’Armenia è strettamente collegata alla geografia biblica. Dei quattro fiumi di cui si parla in Genesi 2, 10-14, se il Pison e Ghicon sono sconosciuti, l’Eufrate e il Tigri hanno sui monti dell’Altopiano armeno le loro sorgenti. È dunque su questi riferimenti scritturali che si fonda «…il mito di un’Armenia situata “laddove l’onnipotente piantò il Paradiso Terrestre”, di un’Armenia attraversata dai quattro fiumi che la Bibbia ricorda come i quattro fiumi dell’Eden»9.
Nonostante le tragiche vicende storiche che hanno a più riprese devastato il Paese, l’identificazione dell’Armenia con il Paradiso terrestre era ampiamente diffusa nella tradizione armena medievale e risuona ancora nei versi di Ghukas Vanandetsi (1772-1841): Armenia, paese del Paradiso / Tu, culla del genere umano / In te conobbe riposo l’Arca di Noè / Da te fu salvato Noè.
Una identificazione mitica, simbolica, dolorosamente in contrasto con la realtà di sradicamento umano e di quasi totale distruzione del patrimonio artistico con cui deve confrontarsi chi attraversa oggi questo Paese.

 

Aldo Ferrari

1 Su questo romanzo rimando al mio articolo «Il genocidio degli armeni» e I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, in «Studi cattolici» n. 517, marzo 2004, pp. 187-189.
2 Cfr K.K. Baghdjian, La confiscation par le gouvernement turc, des biens arménien dits abandonnés, Bibliothèque Nationale du Canada, Montréal 1987.
3 Cfr D. Kouymjian, Destruction de monuments historiques arméniens comme poursuite de la politique turque du génocide, in G. Chaliand (éd.), Tribunal permanente des peuples. Le crime de silence. Le Genocide des Arméniens, Flammarion, Paris 1984, pp. 295-312. Per avere un quadro visivo di quanto resta dei monumenti armeni in Turchia è molto utile il sito www.virtualani.com.
4 Sugli aspetti psicologici del genocidio armeno si veda B. L. Zekiyan, Reflections on Genocide. The Armenian Case: A Radical Negativity and Polivalent Dynamics, in «Annali di Ca’ Foscari», XXXVII, 3 (Serie Orientale 29), 1998, pp. 233-234.
5 B. L. Zekiyan, La spiritualità armena. «Il libro della lamentazione» di Gregorio di Narek, Edizioni Studium, Roma 1999.
6 Cfr il cap. XV («La morte di un impero», scritto con F. Georgion) in R. Mantram (a cura di), Storia dell’impero ottomano, tr. it. Argo, Lecce 1999, p. 671.
7 Cfr T. Akçam, Wir Türken und die Armenier. Plädoyer für Auseinandersetzung mit dem Massenmord, in T. Hofmann (Hg.), Armenier und Armenien - Heimat und Exil, Rowolt, Hamburg 1994, pp. 35-43. Di questo autore si può leggere in italiano il fondamentale volume Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica, tr. it. Guerini e Associati, Milano 2005.
8 Sul tema affascinante e complesso della collocazione dell’Ararat biblico rimando al mio articolo Il Monte Ararat, in corso di stampa nel volume Le montagne sacre, a cura di J. Ries, Jaca Book Milano.
9 A. Manoukian, La struttura sociale del popolo armeno, in A. Alpago Novello et alii, Gli armeni, Jaca Book, Milano 1986, p. 69.




 
 
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